Le ricerche confermano la correlazione tra social network e interazioni emotive

Una recente ricerca americana (Liu et al., 2017), condotta su 181 studenti universitari della California e Los Angeles tra i 18 e 20 anni, conferma come la pubblicazione di aggiornamenti, tweet e hashtag sui propri profili siano collegati allo stato emotivo del momento. Tweet e comunicazioni effettuate attraverso i social rispecchiano sentimenti ed emozioni provate nel momento in cui si scrive e possono quindi, secondo gli autori, fornire anche un monitoraggio in tempo reale del livello di stress e di benessere emotivo degli utenti.

Le analisi degli aggiornamenti di Facebook mostrano, inoltre, delle differenze di genere: sono le donne in particolare ad utilizzare i social per condividere emozioni e stati d’animo, anche quando si tratta di scrivere post o aggiornamenti in cui si esprime la propria solitudine. Non bisogna sottovalutare il potere che hanno tali condivisioni sui ragazzi, preoccupati del giudizio degli altri, alla ricerca del maggior numero di “mi piace” e di seguaci, e che pur avendo migliaia di “amici” online, si sentono nella realtà molto soli.

Un’altra ricerca interessante è stata condotta nel 2016 da Seabrook et al. sul legame tra ansia, depressione e utilizzo dei social network e sono emerse associazioni significative da analizzare. In particolare, interazioni positive online, sostegno sociale percepito e connessione sociale sperimentata sui social network sono correlati a livelli più bassi di depressione e ansia, mentre interazioni negative e confronti sociali online comportano nel tempo un rischio maggiore di sviluppare disturbi ansioso-depressivi.

Non sarebbe solo il tempo trascorso online sui social network a essere fonte di ansia e depressione, ma un ruolo fondamentale sembra essere svolto anche dal numero di account utilizzati. Chi è connesso infatti a più di sette account avrebbe una probabilità tre volte maggiore di sviluppare disturbi depressivi rispetto a coloro i quali adoperano una o due piattaforme (Primack et al., 2017). L’utilizzo costante e compulsivo dei social network si conferma collegato alla salute mentale e al benessere. Non sono gli strumenti in sé a determinare necessariamente effetti negativi, ma molto dipende dalla modalità con cui i ragazzi li utilizzano e dai fattori sociali sperimentati.

I social possono offrire un modo per connettersi con gli altri, ma possono anche aggravare ansie sociali o fragilità che già esistono nel mondo offline.



È fondamentale, dunque, essere sempre attenti a cogliere ogni segnale e campanello d’allarme, educando i ragazzi (e anzitutto anche gli adulti) ad un uso adeguato e sano della tecnologia e delle risorse online.

Analisi della realtà sanitaria italiana

Saper comunicare in sanità è importante e i social media sono uno strumento imprescindibile oggi, ma in Italia non sono molte le aziende sanitarie ad averlo capito. Secondo quando emerge dal Rapporto OASI 2018 dell’Università Bocconi in collaborazione col CEDAS, in un sondaggio condotto su 51 fra Aziende Sanitarie Locali (ASL), Aziende Ospedaliere (AO) e Ospedaliero Universitarie (AOU) e Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), 18 non sono presenti per nulla sui social media, nemmeno su Facebook.

Del campione solo 3 delle 51 aziende sono presenti su Instagram, il social più in voga oggi tra i più giovani. Al primo posto troviamo Facebook, scelto da 33 aziende su 51, cioè il 65% del campione, al secondo posto YouTube (adottato in 21 aziende), seguito da Twitter (15) e LinkedIn (14). Solo 4 aziende utilizzano piattaforme di blogging. In ogni caso avere un account social non basta se viene utilizzato a senso unico, cioè come la versione digitale della vecchia bacheca di sughero dove affiggere le comunicazioni di servizio.

Il vero valore aggiunto dell’utilizzo dei social media in sanità è rappresentato dalla possibilità di fare prevenzione, promozione della salute ma soprattutto di interagire con la popolazione.

Un ulteriore elemento importante emerso nel sondaggio è che non si riscontra la presenza di attività di analisi e di inclusione delle informazioni e dei feedback raccolti tramite social media all’interno dei processi decisionali aziendali. Nessuna azienda tra quelle esaminate fa ricorso a sistemi di analytics e reporting strutturati che permettono di raccogliere e analizzare in modo completo e sistematico le informazioni provenienti dai social.



Solo il 23% delle aziende che dichiarano di effettuare analisi dei dati utilizza strumenti appositi, come ad esempio elaborazioni in Excel, o strumenti ad hoc come Google Analytics o Hootsuite, mentre il restante 77% non utilizza alcun tool dedicato. Il 50% delle aziende intervistate dichiara di analizzare solo alcune informazioni e il 21% tutte le informazioni raccolte sui social, ma in entrambi i casi in modo non strutturato, Il 4% analizza solo alcune informazioni, ma in modo strutturato, mentre il rimanente 25% utilizza i social senza analizzare nulla di quanto raccoglie, rendendo impossibile, di conseguenza, valutare la qualità e l’efficacia dell’utilizzo dello strumento come valore aggiunto.

Psicologia applicata ai social media

L’analisi sociale attraverso i canali social è il mezzo più aggiornato per capire la società e fare un’analisi dei contenuti pubblicati nei diversi canali social dai giovani per comprenderne lo stato d’animo dà la possibilità di interfacciarsi con le Asl territoriali, strutture sanitarie e comuni riuscendo poi a sviluppare progetti educativi con le scuole per combattere sintomatologie diffuse come malessere sociale e depressione. 

La scuola e le strutture sanitarie offrono modelli e valori validi per una corretta interpretazione della realtà, per tale motivo devono assumersi l’impegno di prevenire e intervenire nei confronti di tutte le situazioni in cui vi è alla base il disagio di un ragazzo. 




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